Intervista ai Madbeat

Ciao ragazzi! Innanzitutto grazie per aver partecipato con questa intervista alla nostra rubrica. Cominciamo con un po’ di biografia! Come vi siete formati? Come mai avete scelto il nome “Madbeat”?

Ci siamo formati nel 2013, da un vecchio scantinato. Eravamo 3 amici e già da tempo suonavamo ognuno con la propria band. Avevamo l’interesse nel fare questo progetto assieme, così ci siamo chiusi in quello scantinato e abbiamo cominciato a scrivere canzoni. Eravamo persone diverse, arrivavamo da generi diversi, e avevamo influenze musicali diverse…così, quando abbiamo pensato a che razza di nome potevamo avere, abbiamo pensato che da quel miscuglio ne sarebbe uscito qualcosa di diverso, di nuovo, di pazzo, da qui ci siamo chiamati MADBEAT.

Da poco è uscito il vostro ultimo lavoro, “Cadere”. Parlatecene un po’! Come è nato a livello di concept e di sound?

Il concept è nato dal fatto che stavamo vivendo un periodo difficile, in cui la gente si sente persa e sconfitta, la gente cade…ma poi abbiamo pensato che cadere deve essere visto come l’inizio di qualcosa, la caduta è sempre il principio di qualcosa. Da qui abbiamo collegato alcuni temi che ci stavano a cuore mantenendo questo concetto come tema, ed il risultato è CADERE. Il nostro sound si è definito già dalla nascita di “LUCI ROSSE” ,  ma con Cadere si è consolidato. Tutte le nostre diversità musicali si sono unite nel formare questo suono. Un giorno una EX Hater (con cui sono diventato incredibilmente amico) ha commentato, in modo molto negativo, su YouTube un nostro video. Quando ci siamo confrontati amichevolmente sul perché di quel commento lei mi ha detto: “non riesco a identificarvi in nessun genere o gruppo”. Questo per me è stato uno dei complimenti più belli che io abbia ricevuto.

È uscito anche il video di “Città”. Raccontateci un po’ la sua realizzazione e cosa significa fare propria “la città”, specialmente in un periodo come questo.

Il video è nato (a differenza della canzone) in un periodo nel quale eravamo in zona Gialla, quindi è stato difficile poterlo conciliare con gli effettivi sentimenti espressi nella canzone, ma crediamo di esserci riusciti ugualmente. La canzone parla della nostra città vista sotto 2 aspetti: chi la vive sempre e chi abita distante e quindi la vive solo a tratti. Della città assaporiamo i contrasti, le belle serate tra amici, ma anche il grigiore e il traffico. “La città la faccio mia” perché a volte delude e a volte ti accompagna, a volte le sue strade sono difficili e altre ti portano al trionfo di una notte punk… per chi vive nella città la sente sua e la odia allo stesso tempo, per chi non la vive… la vorrebbe sua a tutti i costi finché non si sveglia un lunedì mattina in mezzo al traffico.

La scelta di non fare cenno al Covid in un pezzo come “Città”, in cui si parla della vita nella “Città”, che ora è così cambiata?

Non era un argomento che volevamo specificare nel disco. Preferiamo di gran lunga parlare di stati d’animo, problemi sociali. Magari tutto quello che raccontiamo è derivante della situazione in cui siamo, ma noi analizziamo il comportamento umano e le sensazioni. Le nostre vite sono cambiate, da vivere una vita frenetica in mezzo alle macchine in coda, abbiamo iniziato a vivere una vita frenetica in casa. Questo ha contribuito alla voglia di far uscire questo disco ma non troppo al contenuto.

Proiettandoci in un futuro molto incerto, avete dei progetti su come sponsorizzare il nuovo disco?

Incerto o no, abbiamo molti progetti per il futuro. Non dobbiamo mai fermarci perché sarebbe un errore. Per la promozione del disco ci affidiamo alle sapienti mani di Indiebox e cercheremo di fare il possibile affinché il disco giri bene. Ci siamo impegnati molto in questi anni e vogliamo dare il massimo per arrivare a più gente possibile.

Spazio libero!

Ringraziamo i ragazzi e ragazze di Riotzine, ci ha fatto piacere ed è bellissimo che ci siano realtà che dedichino spazio alle band emergenti e a tutta la musica underground!

Grazie!

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