DOTHEARTYOUWANT: Intervista a Ferraglia

Buon giorno amicx! Oggi per la rubrica “DOTHEARTYOUWANT”, vi presentiamo Ferraglia, assemblata nel ‘96 con pezzi delle rotaie di Gianturco e chiodi di crocifissi dismessi, un nuovo re Mida dei sobborghi: gratta la patina d’oro della realtà e la mostra per come è, zozza e molesta. Pungola la carta per farle cantare l’horror neomelodico che si aggira nella sua testa, fatto di bestie e morsi, deformità e glitch.
Santa protettrice del filo spinato, sferraglia tra Napoli e Bologna, dove frequenta il corso di Linguaggi del Fumetto all’Accademia di Belle Arti, con apparizioni nelle fiere di tutta Italia. Fa parte del collettivo Raptus, nomen omen.

Vi lasciamo all’intervista!

Ciao Ferraglia! Innanzitutto grazie per aver partecipato alla nostra rubrica con quest’intervista. Per cominciare, come hai iniziato a disegnare? E come si è evoluta la tua arte nel tempo? Come sei arrivataa disegnare queste “visioni orrorifiche” e a creare il tuo stile?

Penso che partiamo tutti dalla stessa base, l’infanzia. I pennarelli colorati, le penne glitterate e subito il sole diventa un pallone giallo, ma può essere anche un vortice o uno scarabocchio. E le persone non c’hanno il collo e magari c’hanno pure la faccia a triangolo. Belli, disegnavamo liberi da ogni sistema. E disegniamo tutti, fino a ‘na certa. Io il gameboy non ce l’avevo e mentre gli altri si azzeccavano al tamagochi io continuavo a disegnare. Disegnavo dragon-ball, le mew mew e scambiavo i disegni con le merendine. Penso il disegno fosse la mia prima fonte di reddito, ora che ci penso.. forse anche l’unica. Comunque si, ho continuato e più andavo avanti più il disegno diventava la mia forma di comunicazione. Non dicevo niente e non mi lamentavo di niente perché non lo sapevo fare. Lo sapevo fare solo col disegno. Tutto qui. Sono un’analfabeta emozionale però col disegno un pochino ho imparato a parlare.

Da cosa trai ispirazione per i tuoi lavori?

Dall’abbandono. Di posti, di persone, di controllo. Mi sono abbandonata anche io stessa tante volte.

Da cosa nascono le ambientazioni buie? Sono frutto di un iter psicologico?

Ho sofferto di brutte patologie antipatiche della mente. Irrealtà, depersonalizzazione, attacchidipanico. Credo sia partito tutto da lì. Ne ho sofferto per anni, ancora mi porto dietro gli strascichi. Il disegno, la street art, i murales erano il mio modo per non caderci completamente dentro. Per dire a me stessa che non ero spacciata davvero, per dare senso a quelle paure. Mi sono aggrappata al disegno come ci si aggrappa alla ringhiera quando si sta per fare un grande capitombolo per le scale. Cadi comunque un po’, ma ti acchiappi un momento prima del disastro.

A cosa o a chi sono ispiratii protagonisti dei tuoi disegni?

I miei disegni vengono tutti da Napoli. Il rione della mia infanzia è l’eterna scenografia. I miei personaggi sono tutti fantasmi che ho toccato o che mi hanno sfiorata, passeggiano fra le stazioni deserte e le case popolari di cemento della periferia, le baraccopoli e i grandi palazzoni del centro direzionale. Hanno fatto grandi giri, certo, sono diventati mostri, animali antropomorfi, figure sgradevoli, grottesche, a volte sono diventati me, ma sono sempre stati loro. Fantasmi faccia a triangolo sotto al sole caldo scarabocchio.

Cosa vuoi comunicare con la tua arte? Cosa vorresti che pensasse chi la osserva? Se prima davo un’importanza ai miei lavori di tipo prettamente emotivo oggi no, oggi ho deciso che voglio raccontare quello che molti non conoscono. Non tutti hanno la possibilità di raccontare determinati mondi, perché non tutti hanno la possibilità di raccontare. E di solito se nasci in certi ambienti non te ne distacchi mai davvero. Io mi sono allontanata e adesso posso farlo. Per ora voglio raccontare quello che conosco, quello che ho visto e a cui ho dato un nome: l’Horror Neomelodico.

Hai dei nuovi progetti in cantiere?

Sto facendo un fumetto lungo, la storia più lunga che abbia mai scritto. Sperando sia la prima di tante altre. Nel frattempo, fra collaborazioni e progetti personali, cerco di capire come fare a campare solo di questo. Il grande dilemma, a cui non c’è una grande risposta. (o forse si?). Lo finirò in estate, comincerò a inviarlo a qualche editore a breve… incrocio le dita, quelle dei piedi. 

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