DOTHEARTYOUWANT: Intervista a Caticardia

Buon giorno amicx! Oggi, per la la rubrica “DOTHEARTYOUWANT”, abbiamo fatto una chiacchierata con Caticardia. Caterina è anche Caticardia, e viceversa. Una nella vita fa i disegnini e i disegnetti e spera di poterli fare per sempre. L’altra, invece, è i suoi disegnini e disegnetti. 

Allora siete pronti? Gustatevi l’intervista!

Ciao Caticardia! Innazitutto grazie per aver partecipato con questa intervista alla nostra rubrica. Prima di tutto, come è iniziato il tuo percorso? Come si è evoluto nel corso degli anni? E cosa rappresenta per te l’arte?

Ciao bell* cos* di Riotzine! Grazie per aver scelto di dedicarmi uno spazietto nella vostra webzine. A voler essere nostalgica, direi che tutto è iniziato più di vent’anni fa. Quando ho impugnato un colore a spirito per la prima volta ero un pulcino che camminava barcollante. I miei genitori mi lasciavano sul seggiolone e io trascorrevo ore ed ore a scarabocchiare fogli bianchi. A quattro anni coloravo già dentro  i margini senza mai uscire fuori dai bordi, un chiaro segno che sarei diventata una maniaca del perfezionismo. A sei anni, invece, disegnavo già omini con le facce tristi. Sono rimasta piuttosto  coerente: maniacale e “tristona”.  A voler essere meno nostalgica e più specifica, il mio percorso è iniziato quando mi sono iscritta al corso di Grafica d’arte all’Accademia di Belle Arti di Urbino, dopo aver frequentato il Liceo Artistico alle  superiori. In quel periodo ho iniziato a realizzare i miei primi disegni in bianco e nero, sviluppando un  mio stile, che coltivo ancora oggi. In sintesi, disegno da sempre ma solo da cinque anni è diventata la mia ossessione. Per quanto riguarda l’ultima domanda sarà banale come risposta, ma per me l’arte rappresenta il mezzo con cui meglio riesco a esternare ciò  che penso e ciò che provo. Per me disegnare è un’esigenza comunicativa senza troppe pretese nei  confronti di chi guarda e legge. Spesso è uno sfogo, a volte un tentativo di mandare un messaggio o un’idea. 

Quali artisti ti hanno influenzato di più?

Da un punto di vista stilistico sono stata principalmente influenzata Professor Bad Trip, soprattutto per  quanto riguarda il segno grafico. Per chi lo conoscesse già, vedendo i miei disegni, potrebbe risultare scontata come risposta. Quando ho scoperto le sue illustrazioni e ho sfogliato per la prima volta i suoi fumetti, frequentavo le superiori. L’ho amato fin da subito. Lo scorso anno ho avuto l’occasione (e la fortuna) di intervistare Renzo Daveti, cantante storico dei Fall Out e amico di Professor Bad Trip. Sono  rimasta spiazzata da un’affermazione di Renzo che è emersa dalla stessa intervista: “Il segno di Professor Bad Trip è proiettato verso il controllo delle emozioni”. Ecco, in questo mi sono totalmente rispecchiata. Quindi sì, riconosco che Professor Bad Trip abbia contribuito a rendermi ancora più maniacale di quanto non lo fossi già quando coloravo minuziosamente dentro ai margini, a quattro anni. Per quanto riguarda invece l’aspetto contenutistico e le tematiche che affronto nelle mie illustrazioni e nei miei fumetti (soprattutto quelli degli ultimi anni), credo di essere stata influenzata inizialmente da Andrea Pazienza, di cui ho letto tutto, o quasi. A sedici anni, leggendo Paz che raccontava le sue paranoie ho scoperto che il mondo dei fumetti non era abitato soltanto da supereroi (sì, l’ho realizzato piuttosto tardi). Da quel momento, ho sentito la necessità di farlo anche io, per raccontare e raccontarmi  agli/alle altr* col mezzo che più mi appartiene, ossia il disegno. Poi ho scoperto Zerocalcare e niente, mi sono innamorata, di lui e dei suoi fumetti. Sono rimasta  travolta dal suo modo tragicamente ironico di raccontare quel perenne senso di inadeguatezza nei  confronti della vita. Quando leggo i suoi fumetti rido e piango a fasi alterne. Inoltre, è proprio da quel momento che ho iniziato a disegnare il personaggio di me stessa e a fare i miei primi “disegnetti”. E poi con Michele sento di condividere molto, tra cui uno dei miei più grandi  incubi: “che qualcuno debba vergognarsi di avermi voluto bene”.  

I tuoi lavori contengono spesso dei richiami alle emozioni. Quanto è importante la sensibilità emotiva nella tua arte?

Nei miei disegni la sensibilità emotiva è praticamente tutto. Raramente realizzo qualcosa senza che ci  sia un coinvolgimento emotivo da parte mia. Non necessariamente questa sensibilità deve appartenere  a un mio vissuto o esperienza personale, ma deve, in qualche modo, essere qualcosa che a me sta a cuore raccontare.  

Quanto e in che modo le idee che hai influenzano la realizzazione dei tuoi lavori? Cosa vorresti comunicare agli altri con la tua arte?

Le mie idee influenzano molto i miei disegni e tanto quanto la sensibilità emotiva, ha un ruolo centrale. Le  due cose spesso si mescolano fino a coesistere e diventare una cosa sola. Ciò che faccio è messo da ciò che sento e da quello in cui credo, questo nel disegno come nella realtà. Come dicevo, non ho troppe pretese. Nel senso: non c’è un messaggio preciso che voglio arrivi a tutti i costi. Ad ogni modo, da parte mia, c’è sempre un tentativo di voler mandare un  messaggio. In generale, quello che faccio può trasmettere qualcosa, di positivo o negativo, come può non trasmettere niente. Di sicuro niente a comando. Penso che questo non dipenda solo da me, ma anche  da chi osserva, legge tra le righe, si rispecchia o semplicemente empatizza. Se ciò non accade, non la  vivo come un fallimento a livello personale. Anzi, trovo anche “giusto” che sia così. Per me, è importante che io sia spontanea e che ciò che disegno sia sentito e sincero. Allo stesso tempo, il fatto che io non abbia particolari pretese non vuol dire che non sia contenta quando riesco trasmettere qualcosa agli/alle altr* attraverso i miei disegni, al contrario. Mi riempe il  cuore sapere che ci siano persone che apprezzano, condividono o semplicemente si interessano a ciò  che faccio.  

Cosa ti ispira del mondo che ti circonda? E cosa ti spinge a esprimere te stessa attraverso l’arte?

Ogni cosa è una potenziale fonte di ispirazione, per me. Un evento, un’esperienza, una parola, un gesto, un pensiero, il confronto e il rapporto con le persone. Nell’ultimo periodo, più di ogni altra cosa, le  sensazioni e le emozioni che mi suscita la musica. Molto spesso, mentre l’ascolto e leggo testi di  canzoni, mi figuro in testa immagini che trasporto poi su un foglio bianco. E quando parlo di musica intendo la più disparata ma, soprattutto, la più disperata. Ciò che mi spinge a esprimere me stessa attraverso il disegno, come dicevo prima, è l’esigenza; ho sempre avuto difficoltà a comunicare agli e alle altr* con le parole (a voce). Troppo spesso non riesco, senza dubbio mai come vorrei. La parola richiede immediatezza e io sono troppo riflessiva. Attraverso il disegno è diverso, riesco a a ridimensionare ciò che ho bisogno di comunicare, il mio sentire sempre “troppo” e “tutto”. Mi sento spesso, citando Paz in Le straordinarie avventure di  Pentothal, come se “quando mi decido a parlare so che non mi verrebbe fuori la voce se mi provassi a dire quello che ho pensato e così perdo tempo a pensare che non mi verrà mai bene di dire quello che ho pensato e intanto che penso non lo dico più, o se lo dico ormai non c’entra più nulla…”.  Per questo motivo disegno, perché non mi esce fuori la voce, ma ho la necessità di esprimere, in  qualche modo, quello che ho da dire.

Pensi che la dimensione visiva impattante dell’arte faccia riflettere efficacemente la gente?

Sì, sicuramente penso che la dimensione visiva dell’arte riesca a far riflettere le persone, in molti modi  diversi a seconda di chi ne fruisce e di quale sia il messaggio che dovrebbe arrivare, che non sempre è  univoco. L’impatto visivo può essere soggettivo ed estremamente personale. Ognun* di noi può trovare  la propria chiave di lettura o un suo senso, dopo aver colto il significato principale. Quando questo è  possibile, il bello sta proprio nella libertà di poter dare la propria interpretazione a ciò che si guarda e/o  legge, plasmandola a seconda di quelle che sono le proprie esperienze personali. Sia chiaro, non in tutto. Prendo come esempio, per appunto, un’illustrazione realizzata da Zerocalcare riguardo al G8 di Genova 2001. C’è un estintore rosso in primo piano con scritto “In ogni caso nessun  rimorso”. Sullo sfondo sono raffigurati dei volti, rispettivamente ai due lati dell’estintore. Nel lato sinistro manifestanti, a destra celerini e magistrati. Oltre ad essere bellissima, è un’immagine che fa riflettere, l’impatto visivo è immediato e forte. In questo caso il messaggio è chiaro e diretto, il significato è uno solo, ed è importante che rimanga tale. Se il messaggio non arriva il limite è di chi lo ignora.  

Hai qualche nuovo progetto in cantiere? Ce ne vuoi parlare?

In realtà l’ultimo periodo è un grande punto interrogativo. Con la pandemia sono diventata una larva procrastinatrice più di quanto non lo fossi già, a periodi, prima del Covid. Faccio un po’ fatica a fare  programmi, nonostante io abbia molte idee e più tempo a disposizione.  Però in cantiere qualcosa c’è, ed è una cosa bella. Un’autoproduzione con i miei due ‘Brescia Punx’ preferiti: Marta Punxo ed Elia. Tre teste, tre cuori e tre storie diverse in un unico libretto. Non sappiamo ancora quando, ma qualcosa faremo uscire. Speriamo presto. 

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