Intervista ai SOUNDEEP

Bentrovati amici! Abbiamo fatto una chiacchierata con i SOUNDEEP! A fine 2020 è uscito “Bordersville”, il loro secondo EP, a quattro anni di distanza da “The shades of all your eyes”. La band punk-rock di base a Verona pubblica oggi per Duff Records tre brani rapidi, intensi, suonati, cantati, urlati, che vanno dritti al punto: è arrivato il momento di reagire e di abbattere i muri della società dei confini, delle categorie, delle etichette!

WE ARE A HORDE!

RIOTZINE: Ciao raga! Innanzitutto grazie per aver partecipato alla nostra rubrica con questa intervista. Allora cominciamo. Come siete diventati una band? Come si sono incrociate le vostre strade?

SOUNDEEP (Papo): siamo tutti vecchi amici, con trascorsi in altre band insieme (Monkeypunx e Garage), a cavallo tra gli anni 90 e i primi 2000. Pur essendo sempre rimasti in contatto, a distanza di anni abbiamo sentito l’esigenza di riprendere in mano gli strumenti e provare a togliere un po’ di ruggine, per vedere se eravamo ancora in grado di scrivere e suonare la nostra musica.

SOUNDEEP (Andrea): Io e Papo suonavamo assieme nei Monkeypunx (band attiva tra il 1996 e il 2006 circa), dove nell’ultimo periodo aveva cantato JD. Luigi l’abbiamo conosciuto più o meno tra il 1999 e il 2000, non ricordo esattamente l’anno, andando a suonare in Molise con i Monkeypunx. Eravamo già in contatto da qualche mese, perché aveva mandato alla nostra etichetta (Paniko Rekords) il disco della sua band, i Garage. Con loro fu amicizia istantanea, e seguirono un paio di tour assieme, nel sud Italia. Poi sia i Monkeypunx che i Garage col tempo si sono sfaldati, e pian piano, siamo rimasti tutti senza band. Papo si è trasferito a Milano, Luigi è passato da Termoli all’Inghilterra, finché non si è trasferito a Brescia, e dopo qualche tentativo rapidamente abortito, di metter su una band con persone nuove, che non conosceva, ha avuto la folle idea di chiedere a me e Papo se avevamo voglia di provare assieme: “Possiamo fare una prova al mese, dormite da me, e ci spariamo un weekend in sala prove”. Ricordo che presi questa proposta un po’ come una follia, qualcosa che difficilmente avrei pensato che potesse vivere così a lungo. Ma la voglia di suonare era talmente tanta che ho detto subito si, anche se ero mostruosamente arrugginito. Dopo un po’ abbiamo sentito l’esigenza di trovare un cantante, così abbiamo rispolverato il contatto di JD, che, se non ricordo male, Papo incontrò per caso, un giorno che era tornato a Verona da Milano, per strada. Lui sempre entusiasta per natura, accettò subito. Qualche cambio di formazione, assestamento, e ora JD suona la chitarra, ma ci sentiamo finalmente equilibrati! Vediamo quanto dura…

SOUNDEEP (JD): Diciamo che tra sbronze e gran voglia di punk rock negli anni novanta ci si conosceva nel giro. Poi si suonava un po tutti con tutti e alla fine prima o poi arriva l’incastro giusto.

RIOTZINE: Il vostro sound è ispirato al punk rock e all’hardcore melodico. Quali artisti vi hanno influenzato di più? E come è iniziata la vostra passione per questi due generi?

SOUNDEEP (Papo): la passione è nata come per molti sui banchi di scuola, ci ha accompagnato negli anni, facendo della scena punk/hardcore italiana lo spazio ideale in cui sperimentare l’autoproduzione e la promozione della nostra musica, intrecciando rapporti con tante altre band. Ascoltando i Soundeep di ora sicuramente si sente qualcosa di diverso, una crescita rispetto alla musica che abbiamo scritto e ascoltato in passato, o almeno cosí speriamo! A Propagandhi e Belvedere si sono aggiunti Foo Fighters e Refused. ma siamo 4 persone diverse, ciascuno con molte influenze musicali, e questo si riflette nel nostro modo di comporre.

SOUNDEEP (Andrea): io ricordo nitidamente come è iniziata. Un videoclip visto quasi per caso, di Longview dei Green Day. Bomba, pezzo bellissimo, ma non avevo idea di che cosa fosse, di che genere musicale si trattasse. Poi arriva Basket Case e tutto esplode. Arrivo in prima superiore, primo giorno di scuola, conosco 3-4 persone, ma sono tutti seduti lontani da me che, arrivato come al solito all’ultimo momento, ho trovato posto in prima fila. Mi giro, e un tizio che non ho mai visto si presenta: ciao, sono Jacopo ma tutti mi chiamano Papo. Dopo poco è venuto fuori anche anche a lui piacevano i Green Day, ma non solo. Conosceva anche i NOFX, i Rancid, gli Offspring, Operation Ivy, Pennywise, Vandals… e tantissimi altri. Ma, cosa fondamentale, sapeva che cosa era quella roba, come si chiamava: era punk rock. Mi si è aperto un mondo, nel quale sono entrato e mai più uscito.
Per quanto riguarda le influenze non saprei dire… ascolto molto e ho ascoltato moltissimo i Propagandhi, ma anche tutte le varie band di fine anni 90 inizio 2000. Tra i miei preferiti, oltre appunto ai Propagandhi, ci sono gli Strike Anywhere, Lagwagon, Raised Fist, No Use For a Name, SNFU, Nofx, Rancid, Refused… più recentemente, invece, ho iniziato ad apprezzare molto band come i Menzingers, i Pup, Tiny Moving Parts, Touché Amoré, e ho riscoperto i Thrice, abbandonati all’epoca di Vheissu… e poi meglio se mi fermo, altrimenti potrei andare avanti all’infinito, o quasi.

SOUNDEEP (JD): La passione è iniziata a scuola dove il punk il grunge e il metal erano obbligatori. Nel pogo dei concerti poi si consolidava. Nofx, Lagwagon, Bad Religion e Offspring influenze maggiori.

RIOTZINE: Da poco è uscito il vostro nuovo EP, “Bordersville”. Da quali concetti siete partiti per realizzarlo? Quali sono state le molle che vi hanno spinto a urlare che bisogna reagire per abbattere i muri della nostra società costruita su confini, etichette, categorie?

SOUNDEEP (Luigi): la voglia di non farsi inquadrare in una realtà monocromatica, che ha una sola lettura e/o un solo modo di prendere decisioni è sicuramente il filo conduttore che è alla base di tutti i nostri testi. Per ciò che concerne il cosa ci spinge a urlare che bisogna reagire questo è un aspetto che o ce l’hai o non ce l’hai dentro. La musica può essere un mezzo che innesca una reazione sopita che aspettava il momento o la persona giusta per esplodere. Tutti scendiamo a compromessi per portare avanti le nostre vite, sarei ipocrita a non riconoscerlo, dal momento in cui acquistiamo benzina per le nostre auto a quando compriamo qualcosa di nuovo anziché provare a riparare quello vecchio. La voglia tuttavia di abbassare quotidianamente la testa davanti a ogni porcata che ci propinano è tutt’altra cosa, non l’abbiamo mai avuta e mai la condivideremo e quindi, per rispondere, è un po’ una sorta di senso di voglia di giustizia che ci porta a scrivere quello che scriviamo come lo scriviamo.

SOUNDEEP (JD): Sound e melodia sono il nostro pane. Il “la” ce lo da sempre il LA. =) (E a volte il RE o il MI minore).

RIOTZINE: I vostri brani trattano tematiche sociali e politiche molto importanti, come nel singolo “We are a horde”, in cui prendete posizione contro le destre mondiali che ci dominano con la menzogna. Quanto è importante per voi veicolare messaggi di questo tipo tramite la musica? Secondo voi il punk riesce ancora a farsi espressione della rivolta contro la società, la politica, il sistema e a prendere parte alla lotta?

SOUNDEEP (Papo): veicolare i messaggi a cui si tiene é fondamentale, per creare una propria identità musicale e riempire di significato la musica che scriviamo. Ogni epoca probabilmente ha avuto il proprio fenomeno artistico e sociale portavoce di un messaggio di opposizione al marcio della società in quel periodo storico. il punk lo è stato e lo è ancora negli anni che abbiamo vissuto noi, probabilmente oggi non è l’unico ma per fortuna mantiene ancora le proprie origini genuine, con messaggi diretti che riescono a fare breccia non solo nelle orecchie di chi ascolta, ma anche nelle loro menti.

SOUNDEEP (Andrea): veicolare le cose che provi e in cui credi è fondamentale. Per me suonare è anche un’importante valvola di sfogo, cerco sempre di buttare tutta l’energia che ho nella musica che faccio. Ho grossi limiti come musicista, ma suonare è una cosa che mi fa stare bene, e non potrei mai farlo senza affrontare anche tematiche sociali e politiche.
Sull’efficacia della posizione di questo genere musicale non saprei. Sicuro riesce ad essere un motore importante per chi già condivide quei pensieri, quei valori, ma temo che non abbia (più?) molto potere, molta forza, per riuscire a “convertire” chi la pensa diversamente, specie in un’epoca, come questa, in cui la gente mette in discussione studi scientifici accurati con teorie strampalate che non stanno ne in cielo ne in terra.

SOUNDEEP (Luigi): l’arte, in tutte le sue forme, ha sempre avuto anche la dirompente funzione di veicolare e diffondere idee scomode e critiche verso il potere. Per fare ciò il messaggio veniva velato in modo più o meno decifrabile in modo tale che la gente, anche a grande distanza, potesse bisbigliare alle spalle di chi governava la cosa pubblica. Ti racconto un aneddoto preso dalla rete che ho studiato alle elementari e che non mi ha più abbandonato. Siamo nell’Italia pre-unita sotto la dominazione austriaca. “…A partire dal 1847 aumentarono sensibilmente le manifestazione pubbliche, che assumevano toni sempre più sediziosi e di protesta. Si organizzavano dei cortei, molte volte in maniera spontanea ed improvvisata, che sfilavano per le vie cittadine cantando e schiamazzando in modo da disturbare la quiete pubblica. La vera colonna sonora di quegli anni era costituita dagli Inni dedicati al nuovo papa Pio IX, composti dal Natalucci e dal Rossini. Inizialmente queste composizioni musicali vennero tollerate, anche se con riluttanza, dalle forze di polizia; i testi elogiavano principalmente la figura del pontefice e non contenevano dei chiari riferimenti alla dominazione austriaca. Venne diramato, infatti, nel luglio del 1847, un dispaccio che consigliava alle autorità di limitare la sua produzione ma senza vietarlo ufficialmente. Ben presto però furono numerosi i rapporti di polizia che giunsero sulla scrivania dei vari commissari e della presidenza di governo, in cui si descriveva con allarmismo la rapida diffusione e la grande popolarità degli Inni a Pio IX. Questi carteggi mettevano in luce la pericolosità di questi testi musicali, in quanto minacciavano pericolosamente la tranquillità pubblica. Nell’agosto del ’47, dal momento che le continue manifestazioni, in cui veniva cantato l’Inno a Pio IX, iniziavano ad assumere un carattere ostile e di protesta, il governo lasciò mano libera alle autorità locali per reprimere questi episodi. Il testo musicale assumeva una valenza simbolica extra-musicale (tra le numerose canzonette e strofette composte in onore del nuovo papa nel Lombardo-Veneto c’era: «Viva l’X col vün de drio \ E l’üslin che fa: pio, pio [Viva l’X con l’I dietro di sé, e l’uccellin che canta: pio pio]… quindi “viva PIO IX”). Digressione a parte… la storia è piena di espedienti che vedono il binomio arte-ribellione come la forma più forte di resistenza. Oggi c’è la street-art di artisti come Banksy, ai tempi degli antichi greci-romani c’era la satira e via dicendo. Il punk rock (così come il rap, quello incendiario e scomodo dei RATM, Public Enemy, NWA… qui da noi abbiamo Caparezza, Fabri Fibra ecc) è solo un genere come tanti altri che può e deve fare la sua parte in una militanza che a mio avviso ha una visione globale ben più ampia. Il punk rock da solo non può fare niente e quindi ciò che fa la differenza è la voglia che la gente ha di mettersi in gioco mettendo in pratica ciò che ascolta passando il messaggio ai propri figli, amici, studenti (io insegno). Il punk rock gira un messaggio ma la vera lotta oggi si gioca su internet, su Amazon, su Alibabà e le pallottole sono state sostituite da carte prepagate e moneta elettronica. Non ci sono più stati da invadere coi carri armati ma modelli di consumo da imporre. Questo è ciò che le band punk rock dovrebbero dire oggigiorno invece di sparare cazzate su sole e bikini.

RIOTZINE: Quale città è rappresentata sulla copertina dell’EP? Come si ricollega al suo concept?

SOUNDEEP (Papo): E’ New York, snellita di alcuni dettagli per rendere piú chiaro l’effetto di desolazione, monotonia e grigiore che accompagna ogni “cittá dei confini”, in cui tutto è proibito, inibito e reso piatto. il tema che lega i 3 brani dell’EP è il superamento di questi confini: quelli che incorniciano e costringono un’immagine dentro il bordo di una foto, quelli delle transenne poste a bloccare le masse, e quelle che separano la vita dalla morte.

Andrea: se non ricordo male si, è New York, come dice Papo, ma meglio se verifico. Il concept è quello che dice lui. Volevo solo aggiungere che la copertina di questo EP, così come quella dell’EP precedente, The Shades of All Your Eyes, le abbiamo create e pensate entrambe noi, in pieno spirito DIY. Visto che io per passione e per lavoro smanetto un po’ con vari software di grafica, ho poi creato l’identità visiva, così come i vari contenuti, video, canvas su Spotify etc… ci piace curare tutto, anche se purtroppo il tempo a disposizione è poco, e ogni volta progettiamo mille cose ma ne realizziamo un decimo.

RIOTZINE: Questi brani avrebbero avuto una grande potenza sentiti dal vivo. Come state passando questo periodo senza live? State scrivendo qualcosa di nuovo? Avete nuovi progetti in cantiere?

SOUNDEEP (Papo): per come è nato e cresciuto il nostro progetto, i live sono sempre rimasti purtroppo un aspetto secondario, vivendo in 3 cittá diverse ed avendo famiglie a cui volersi dedicare. Giá solo aver scritto, arrangiato e prodotto 2 EP, in questi pochi anni insieme, è un enorme risultato. stiamo scrivendo, con l’ulteriore complicazione data dall’isolamento e la lontananza. Ma è giá solo il fatto di non poterci vedere di persona a pesare molto, come individui e amici, prima ancora che come musicisti. Abbiamo avuto la fortuna di poter chiudere le registrazione dell’EP pochi giorni prima che iniziasse l’isolamento.
mix e mastering li abbiamo fatti da remoto, per fortuna abbiamo potuto contare su due professionisti come Gianluca Bianco e Antonio Nevone, che hanno reso unico il materiale su cui stavamo lavorando da anni. Per qualcosa di nuovo dovrete aspettare!

SOUNDEEP (Luigi): Io ultimamente guardo tantissimi live su youp… ehm… youtube che è una cosa che di solito non mi ha mai stimolato più di tanto. Mi sono ritrovato a guardarli senza neanche accorgermene… anche band che non mi piacciono particolarmente. Ad esempio ieri stavo guardando questo live degli Accept (super crucchi ma fighi). Sì c’è tanta voglia di live. Credo che quando si potrà ricominciare a suonare la gente tornerà a pogare e sfasciare tutto come negli anni ‘80 (speriamo!!!). Progetti in cantiere? Io ho una band acustica dove suono chitarra (si fa per dire) e canto. Rivisitazioni di pezzi punk rock con stessi accordi e melodie diverse di voce. Al momento siamo fermi in quanto la pandemia ha fatto implodere il tutto. Speriamo riparta (Riot Orchestra… go check it out)

SOUNDEEP (JD): Per ognuno di noi scrivere è come respirare quindi siamo sempre in fase compositiva. Almeno ci buttiamo avanti per quando si apriranno di nuovo i palchi

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