Intervista ai Riot Squad

Questa è la prima di una serie (spero molto lunga) di interviste, che mirano a raccogliere le voci della scena punk italiana, creando uno stimolante e composito insieme di idee, racconti e spunti di riflessione prestati direttamente da chi vive la scena. Allora siete pronti? Come prima intervista, vorrei proporvi quella fatta (ahimè non di persona) ai Riot Squad, gruppo ferrarese nato dall’unione di alcuni componenti dei gruppi storici della città.

Come è iniziato il vostro percorso?

Come Riot Squad ci siamo formati nel 2007 e abbiamo iniziato per divertimento a coverizzare quasi tutti i pezzi dei Bad Brains, da loro il nome. Ci siamo divertiti immensamente, ma un anno fa, dopo un paio di cambi di line up, abbiamo messo le basi per pezzi creati da noi, pezzi che sono spuntati come funghi, sull’onda di un periodo creativo molto vivo. Abbiamo all’attivo già due album in studio e stiamo lavorando su pezzi nuovissimi. Veniamo tutti dall’HC avendo fatto parte dei gruppi, per così dire, storici ferraresi, come Impact, Accidia, Yes, we kill!, Overdrive Banzai e Madhouse.

Quali sono stati gli artisti più importanti nella vostra formazione?

Tutto l’hardcore old school anni 80. Cito i Minor Threat, i Bad Brains, gli Scream, i Dk, i 7 Seconds. Poi sicuramente ci è stato d’ispirazione l’hardcore anni 80 italiano, un fenomeno, a nostro parere, inimitabile. Tuttavia è stato importante per la nostra formazione anche il primo punk. Infatti adoriamo i Damned, i Sex Pistols, i Devo e… i Police. Insomma avete capito.

Che differenze notate tra la nuova e la vecchia scuola?

Secondo me, è una questione di attitudine. Comunque è un discorso che va preso seriamente, si rischia di fare retorica spiccia e ciò non sarebbe giusto per tante persone della “nuova scuola” che hanno lo stesso nostro entusiasmo di quando abbiamo iniziato, musicisti e persone di tutto rispetto, che conosci ai concerti e ti scaldano il cuore. Ce ne sono ancora per fortuna. Loro sono il sale della vita. Posso dire che una volta ci si accontentava veramente di poco, invece ora ci sono gruppi spaccaculo e poi gruppi che fanno ginnastica, ecco se dovessi muovere una piccola critica, lo farei in questo senso.

Credete che sia importante per gli artisti trasmettere le proprie idee e impegnarsi politicamente?

Assolutamente. Personalmente molti nostri testi rispecchiano le nostre esperienze di vita, quindi le nostre ideologie sono ben presenti in ciò che creiamo nel nostro percorso artistico. A volte come denuncia, a volte come semplice voglia di raccontare il nostro vissuto. La denuncia del disagio è anch’esso una forma di politica.

Ritenete quindi che la musica possa essere un modo per mandare messaggi importanti?

Certo. La musica è un veicolo molto potente.

Come credete che sia mutata la realtà della vostra città nel corso degli anni?

Ferrara storicamente è una cittadina depressa. Questo negli anni d’oro alimentò tutto ciò che serviva al punk nostrano per nascere ed evolversi. C’erano un paio di C.S.O storici e una meravigliosa cappa grigia di disagio, che noi vivevamo con la dolorosa incoscienza di quegli anni. Era splendido. Politicamente è sempre in auge il vecchio detto “Rossi e neri, merda tutta uguale” di impactiana memoria. Ad oggi, dopo anni di dominio PD, siamo passati sotto l’egemonia leghista, e se prima spuntavano radical chic come funghi, ora ci sono vichinghi razzisti decerebrati e guerrafondai. Certo non un grande passo avanti per l’evoluzione umana.

Pensate abbia ancora senso la lotta contro il sistema o che sia solo un’utopia?

Le cose sicuramente sono cambiate un bel po’. Non trovo tuttavia utopico nutrire le proprie ideologie all’interno di un gruppo sociale ben separato dall’omologazione, anche se le distanze si sono assottigliate. Ora la tecnologia ha inglobato completamente anche il nostro mondo, ha forse rovinato un po’ la magia, annullato la rabbia e aumentato il controllo. Lo dimostra il fatto che situazioni una volta impensabili, accadono. Trova che ci si sporca un po’ di meno le mani e a volto appare un mero fenomeno di moda. Usando un neologismo, è un contrasto morbido, ma il sistema va combattuto sempre. Bisogna trovare il modo, anche uno proprio.

9)Credete ci sia ancora un clima di sostegno e un senso di comunità all’interno della scena?

Certo. Pensiamo che ci siano ancora persone che si sbattono alla morte, anche se solamente per tirare su una serata, forse sempre meno, ma gente con le palle è ancora lì a tirare il carro, in certe realtà con due mani solamente, le proprie. Questo è quello che ci pare di capire. Poi ci sono le band. Amo il clima dove non ci si fa la guerra (perché poi non si capisce); ad esempio quando hai a che fare con gruppi, come mesi fa con i nostri amici Methedrine. Fila tutto a meraviglia, supporto di ogni genere. Invece a volte senti ecco… cose strane, diciamo. E mi fermo qui.

L’aneddoto più bello?

Sarà la fine di questa agonia da pandemia. Non trovate?

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